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Aggiornato il 16-11-2007

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IL  TERRITORIO

Il territorio del Comune di Bagnone e quello adiacente del Comune di Villafranca Lunigiana sono compresi tra il letto del fiume Magra ed il crinale dell’Appennino Settentrionale.  

Una decina di chilometri di lunghezza e un dislivello medio tra i 150 ed i 1850 metri. Una superfice complessiva di 103 km². (73,79+29,49)=103,28 km²

Due grandi valli alluvionali: quella di nord-ovest, che partendo dalla dorsale apenninica piuttosto scoscesa e rocciosa agli inizi, arriva con tenua pendenza a

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scaricare a valle nel lento e magro fiume "La Magra" le acque dei numerosi affluenti del torrente "Bagnone"; quella di nord-est invece, scola le dorsali preapenniniche nel torrente "Civilia", che sfocia nel Magra più a valle, a Terrarossa nel 

Comune di Licciana Nardi.

Le crode del versante nord-ovest fanno fronte al sud, sono rupi nude e scoscese, battute dal vento marino che le ha erose e sgretolate nel tempo; alternate da pascoli verdeggianti detti "le nude", luoghi da capre sino ai 1000 metri. Poi la pendenza raddolcisce e si hanno i contrafforti e le spianate, con i boschi d'alto fusto "le abetaie", i cedui "i cerreti", i castagneti.  Dai 500 metri in poi, sulle colline e nella valle, dove la terra è più fertile, si era impiantata una magra e faticosa agricoltura intensiva a carattere famigliare sin dal periodo neolitico. Nel versante nord-est invece il territorio non raggiunge più le nude e le crode, il terreno è più pianeggiante ed essendo orientato verso sud, è più produttivo.

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L' Età Neolitica, per rischiarire la memoria al lettore, è quel periodo della Preistoria Umana, caratterizzato dagli utensili e dalle armi di pietra levigata, detto Neolitico in contrapposto al

Paleolitico o della pietra scheggiata.

La civiltà Neolitica rappresenta una grande tappa nel cammino dell'umanità. L'uomo non si addestra soltanto nella lavorazione delle pietre dure, ma impara a foggiarsi e a cuocere vasi di argilla, addomestica ed alleva bestiame, si veste di pelli, si costruisce abitazioni fisse a livello del suolo, tesse fibre vegetali, coltiva piante utili, pratica il culto dei morti, ai quali da sepoltura, crea fregi schematici alle stoviglie, costruisce monumenti grandiosi ma grossolani, pietre colossali allineate o sovrapposte, i monumenti megalitici.

Le crode d’arenaria si stagliano nell’azzurro, mentre scendendo verso valle,

l’erosione, i ghiacci e le acque hanno accumulato, nei millenni passati, trovanti e detriti di rocce.  

Il territorio del Comune di Bagnone, soprattutto nelle zone di fondovalle, fu abitato sin dalla preistoria, periodo neolitico, antica età della pietra. L’uomo faceva vita nomade di cacciatore e pescatore, si riparava in grotte naturali e si copriva con pelli di animali.

Fu in questo periodo che gli antichi abitanti del nostro 

territorio hanno eretto monumenti di pietra noti come menhirs o statue stele.  

Vedi:  www.bagnonemia.it/fascicolo1 - in_antico     

I ritrovamenti delle statue stele, conservate nei musei di La Spezia e di Pontremoli, stanno a dimostrare che la presenza umana, in Lunigiana è visibile già all’età del bronzo. 

L’uso della stele funeraria risale ai greci del periodo miceno.

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In Italia essa era già conosciuta durante la civiltà enea e palafitticola. Nei vari momenti e luoghi la stele assunse forme diverse e decorazioni più o meno ricche.

La stele, sta a dimostrare che in Lunigiana esisteva una vita organizzata, già da diversi secoli prima di Cristo.  

  I  PRIMI  ABITATORI  

Possiamo tentare di menzionare, senza voler offendere nessuno, e chiamare Liguri i popoli che hanno abitato anche la Lunigiana. 

Vedi: www.bagnonemia.it/fascicolo1.

La popolazione che viveva nel territorio di Bagnone è senza dubbio di derivazione ligure. I Liguri una popolazione forte, dedita all’agricoltura, alla pesca e al mare, è stata soggiogata dai romani solo dopo una lunga lotta, nel II secolo a.C.

La città di Luni fu fondata nella vasta pianura che costeggia la  foce del fiume Magra nell’anno 177 a.C., come colonia romana, dopo la sconfitta dei Liguri Apuani.  

Spesso ricorriamo alla toponomastica o alla ricostruzione visiva degli insediamenti dei primitivi.  Sono noti i Castellari, ubicati quasi sempre sulle sommità dei monti o in zone inaccessibili, luoghi di rifugio e di difesa del bestiame  e degli abitanti.

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Gli abitanti vi si rifugiavano, tra labirinti di muri a secco, quando si sentivano in pericolo o perché braccati da eserciti predatori.  Nel bagnonese sono not i siti di rifugio chiamati il "Castellaro di Sant'Antonio" oppure le varie Capanne sparse

sull'Appennino con i nome di Capanne dei Tornini, di Garbia, di Baton, ecc.

Questi luoghi, forse fortificati, forse più nascondigli che fortezze, costruiti in cima ai monti, in antico, permettevano alle popolazioni di raggrupparsi e di sfuggire così alla sicura morte, che avrebbero probabilmente subito, se fossero rimasti improtetti e sparpagliati a valle.  

A nord di Vico, frazione di Bagnone, sul torrente Re di Valle, numerosissime sono le capanne sull'antica strada mulattiera per il "Pianel di morti"che, anche recentemente, ospitavano su poveri giacigli i pastori ed i contadini durante la pulitura dei castagni e la raccolta delle castagne.

I ROMANI IN LUNIGIANA

La storia di Lunigiana inizia con Luna (Luni), colonia fondata nel 177 a.C., rinnovata da Augusto, base militare e centro commerciale per l'esportazione del marmo. Nel 108 a.C. la resistenza apuana è sconfitta dai consoli P. Cornelio  e

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 M. Bebio. Per evitare ogni possibile sollevazione, i romani deportano in massa quasi tutta la popolazione (47.000 capi famiglia con mogli e figli) e creano loro una nuova dimora nel

  Sannio, presso Benevento, dove ancora oggi si rinvengono documenti epigrafici dell'epoca. Le terre così spopolate vengono assegnate a coloni provenienti da fuori, o agli stessi miliziani romani.

   Inizia così una rapida trasformazione dell'economia locale con lo sfruttamento intenso delle ricchezze soprattutto marmifere della regione. Hanno origine in questo periodo molti nomi di località terminanti in -ano e -ana che rispecchiano la colonizzazione romana (es: Regnano da "Fundus herennianus", podere degli Erenni; Luscinano dai Lucinii, ecc..). 

[V. Toponimi del Comune di Bagnone pag.199 a 204 nel "Studi e ricerche sull'Alta Lunigiana" di Luigi Armando Antiga" edizione Artigianelli 1977].

Il territorio viene diviso in "Pagi" ricalcanti i precedenti Conciliaboli, sia nell'estensione che nei centri principali e facenti capo ai "Municipia" di Luca (l'odierna Lucca) e Luna (Luni), colonia fondata nel 177 a.C., rinnovata da Augusto, base militare e centro commerciale per l'esportazione del marmo.

La parte montana dell'Alta Lunigiana, mantiene invece ancora l'antica popolazione che aveva trovato rifugio nei "Castellari" , ripari di antica concezione ma sempre utili [V. sopra].

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Tito Livio descrive queste popolazioni come raggruppamenti di gente fiera e bellicosa, dedita alla pastorizia ed alla caccia. Vivevano in capanne in muratura a secco e ricoperte di frasche impastate con argilla e letame. 

Nell’ultimo secolo a.C. pacificati coi romani, si unirono e fondarono con essi delle colonie anche nel nostro territorio, come è confermato dai toponimi, già trattati, di Lusana, Cassolana, Gabbiana, Vico, Corlaga, ecc. [V. Gurguglione, fascicolo 6º].

La Lunigiana si identifica oggi con la vallata del Magra e quella dei suoi affluenti, mentre i suoi confini storici sono molto più ampi: Provincia di Massa Carrara e di La Spezia, tre Comuni del parmense e due dell'alta Garfagnana. Il territorio marino va dal fosso del Cinquale presso Montignoso (MS), alla punta del Rospo presso Deiva Marina (SP).

[V. "La Lunigiana Geologica e Preistorica" di Carlo Caselli, nell'Introduzionedi "Confini della Lunigiana"; Arnaldo Forni Editore 1926].

IL MEDIOEVO IN LUNIGIANA

La data di riferimento è il 476, la caduta dell’impero Romano d’occidente.  

Con la crisi economica che ne è derivata, si ha un ritorno allo sfruttamento delle poche risorse della montagna. Si formano quindi i villaggi montani, quasi tutti poverissimi, villaggi di capanne. Riappare Luni nel 552, quando il generale bizantino Narsete la occupò e divenne un importante centro bizzantino.

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 É in questo periodo che sorge Sorano di Filattiera, centro amministrativo e militare di importante rilevanza  per la viabilità in val di Magra. Il territorio, con lo sviluppo del Cristianesimo, vede sorgere le Pievi nei luoghi dove esistevano i Pagi romani. 

Ma Luni, la Lunigiana e la zona marittima, restarono nelle mani dei bizzantini sino al 643, quando il re longobardo Rotari espanse il suo dominio partendo da Lucca. I bizzantini non abbandonarono la Lunigiana, anzi la fortificarono, il crinale dell’Appennino divenne nei secoli VI –VII una frontiera militare. Il sistema fortificato di Filattiera, con i suoi castelli, è in val di Magra, un caposaldo fortificato bizzantino sulla via Francigena e sulle vie trasversali di collegamento, esempio la Genova-Modena, via Castelli di Bagnone, di Treschietto e di Iera, chiamata la "via del sale"

Vedi: www.bagnonemia.it

L’egemonia bizzantina subì uno scossone, dall’invasione Longobarda del 568, che occupò anche la Toscana, stabilendo a Lucca la capitale del Ducato.  

Dopo la conquista longobarda del territorio lunense, si nota un periodo espansionistico da parte dei nobili, delle chiese e del vescovo di Lucca, con l’acquisto di numerosi beni e proprietà anche in Lunigiana.  

Sotto i Franchi, Luni e la Lunigiana restarono nell’orbita lucchese. Il Ducato longobardo fu sostituito da un Marchesato carolingio, ma non ci furono grandi cambiamenti di tipo politico.

Luni entrerà in una fase di crisi profonda. I saccheggi Saraceni e quelli Normanni contribuirono in modo decisivo a debilitare la città, anche perché gli interessi dei gruppi dirigenti si era spostato su quello territoriale rurale.

L’AGRICOLTURA  

Riscrivere la storia di un territorio limitato come questo del Comune di Bagnone, non è facile, non abbiamo documentazione sufficiente d'appoggio. Immagino, e l'immaginazione a questo punto è necessaria con la speranza di non sbagliare, che anche da noi sia accaduto quello che il feudalesimo ha portato in tutta Italia. 

L’agricoltura decadde fino a tornare quasi alle condizioni della preistoria. Il commercio dei prodotti era quasi scomparso perché i territori erano suddivisi in feudi chiusi e spessissimo ostili l’uno all’altro, ed ognuno si limitava a coltivare un po’ di  terra, vicina alla propria dimora, che gli avrebbe dato quel tanto da vivere. 

Gli uomini si ingegnano e trovano nuovi lavori; da noi prevalgono i taglialegna, coloro che segano assi, legname da lavoro, e i boscaioli, quelli che tagliano i boschi e che preparano legna da ardere. Tra questi si sviluppa da noi anche il mestiere del carbonaio. 

[V. il Gurguglione, Fascicolo 12º, la carbonificazione].

Il carboniere si occupa del commercio del carbone, che vende a tutte le famiglie per accendere i fornelli, mentre il carbonaio è colui che trasforma la legna in carbone.

Erano numerosissime le carbonaie sul nostro appennino, spiazzi appositamente preparati sui quali si accatastava la legna, rami quasi sempre di cerro o di faggio, preparata in modo da lasciare in mezzo un’apertura che funziona da camino, e numerosi spazi aperti alla base; il tutto veniva  accuratamente ricoperto di terra. Dal camino, gettavano all’interno della carbonaia tizzoni accesi che incendiavano la massa legnosa, la quale bruciando in ambiente quasi privo di aria, si trasformava in carbone. Il carbone veniva messo in sacchi di iuta, chiuso all’estremità con due bastoncini arrotolati ad un lembo del sacco, e venduti in paese o nei dintorni.

Un’altro mestiere era quello del pastore, praticato quasi sempre dai giovani, i quali raccoglievano gli animali del paese e li conducevano ai pascoli. Una pastorizia stagionale che non ha nulla a che vedere con la transumanza maremmana. Da noi non abbiamo trovato nessun documento che giustifichi l'esistenza di "tratturi", mentre conosciamo l'esistenza dei Beni Sociali, territori ove veniva praticata la nostra pastorizia. 

Nel Medioevo, i signori erano troppo occupati a fare le guerre e non si interessavano dell'agricoltura; si diffusero così grandi estensioni di terre incolte, utili per i pascoli, ma sempre trascurate.

Un nuovo impulso dell’agricoltura lo si ebbe nei secoli XV e XVI, periodo che coincide da noi, con l’arrivo dei Noceti.

Bagnone ingrandisce, la località Gutula diviene il Borgo di Bagnone dove si organizzano i commerci, e dove piano piano prendono residenza numerose famiglie benestanti, banchieri, farmacisti, medici, avvocati e di commercianti e artigiani. Ciascuno edifica la propria dimora ed acquista terre ovunque.   

Anche i Conti Noceti, decidono di sfruttare la loro proprietà e creano numerosi poderi sparsi attorno al Capoluogo, altri proprietari li organizzano verso Pastina, verso Orturano, Corlaga, Treschietto Collesino e Compione. 

Ha inizio il periodo agricolo dove predomina la mezzadria e la conduzione diretta dei piccoli coltivatori proprietari di modesti appezzamenti di terre e di boschi.

LA  MEZZADRIA

Entra così, piano piano, la conduzione agricola a mezzadria che resisterà sino agli anni 1960/65. É una forma tipica di contratto agrario, con il quale chi dispone di un podere detto concedente ed il capo di una famiglia colonica numerosa, detto mezzadro si associano per la coltivazione del fondo e per l’esercizio delle attività connesse, e alla fine ne dividono a metà i prodotti e gli utili. É valido tuttavia il patto con il quale taluni prodotti si dividono in proporzioni diverse. 

Usi e accordi, che saranno sanciti e regolamentati poi, in epoca più recente, dal Codice civile.  

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Il contratto di mezzadria è stipulato tra il concedente ed il mezzadro, il fine è quello di realizzare una collaborazione fra le parti per lo sfruttamento di un podere.  Gli utili, detratti delle spese e delle perdite,  venivano condivisi. Un buon mezzadro era colui che aveva una famiglia numerosa (forza lavoro). 

Tutte le energie lavorative della famiglia del colono devono infatti essere assicurate al podere, e la famiglia stessa deve trovare sostentamento nel fondo.        

Tale forma associativa non si svolge sempre in posizione ugualitaria, ma secondo un rapporto di subordinazione, in quanto spetta al conducente la direzione amministrativa e tecnica dell’azienda.  La composizione della famiglia colonica non può variare ed essere modificata senza il consenso del concedente, salvo il caso di matrimonio di adozione e simili. Ogni singola variazione doveva risultare annotata su un apposito libretto colonico.  

La mezzadria senza determinazione di tempo si intende convenuta per la durata di un anno agrario, e si rinnova tacitamente di anno in anno se non c’è stata fatta comunicazione di disdetta almeno sei mesi prima della scadenza, che da noi era 11 Novembre, San Martino.

Il concedente era tenuto a conferire il godimento del podere dotato di quanto occorre all’esercizio dell’impresa e di una adeguata casa colonica per la famiglia. Le scorte vive e morte sono conferite in parti uguali da entrambi e sono di proprietà comune. Il Codice civile regola oggi diritti e doveri del concedente e del mezzadro, una forma di conduzione agricola di origine piuttosto antica e conservatasi senza notevoli modificazioni sino ai giorni nostri.

Ogni anno c’era la caccia al miglior mezzadro, ed un buon mezzadro cercava un miglior padrone. Succedeva che un mezzadro, perché l’annata non era andata troppo bene, si fosse mangiato anche il grano destinato alla semina, e questo degradava il colono, al quale gli veniva appiccicato il dispregievole nomignolo di : "il s’è mangià anka la smenza!", "si è mangiato anche la semenza!".  

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Un punto delicato, che non ha mai trovato contento il concedente, era quello delle regalie, che menzionate nel libretto colonico, assumevano invece un valore di costumanza. Non si doveva dimenticare il cappone per Natale, la gallina per Pasqua, un cesto di uva scelta alla vendemmia, 12 uova al mese, frutta e verdura di stagione ed altri prodotti del campo. 

Per il concedente "scior padron", erano motivi di critica denigratoria, quando si voleva il cambio; la roba che riceveva era sempre brutta, sempre scadente, sempre insufficiente....  

Screzi a parte, è stata questa una forma di agricoltura che ha dato lavoro e da vivere a numerosissime famiglie bagnonesi.  

Le treggie (traze), erano i mezzi di trasporto adatte sulle strade mulattiere e altrove. Erano delle slitte trainate da coppie di vacche o di buoi, sopportavano capienti cesti di vimini dentro i quali si caricava di tutto. I siti da raggiungere per il lavoro di ogni giorno, prevedeva tragitti anche lunghi, dal fondo valle, dal luogo di residenza, al campo.  

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La treggia

La distanza a volte era anche grande, dovuta alla fragmentazione che la proprietà aveva subito nel tempo, oltre alla localizzazione collinare della proprietà agricola o semplicemente quella degli appezzamenti di terra da coltivare o da pulire, esempio i castagneti.  

 Dopo il Concilio di Trento, furono abolite le Pievi e vennero istituite le Parrocchie, per cui tutto il sistema ecclesiastico venne riorganizzato, e ad ogni Parrocchia venne assegnato un podere, detto il Beneficio Parrocchiale, che era condotto da un mezzadro; la rendita del podere doveva servire al sostentamento del Parroco. 

 

LA  CONDUZIONE  DIRETTA

Coloro che abitavano le frazioni del comune, la maggior parte sorte attorno ai Castelli o ai capisaldi romanici, case e casupole tramandate di generazione in generazione, che accoglievano i membri della famiglia, e il bestiame, sfruttavano piccoli appezzamenti di terra, castagneti, boschi e pascoli montani anch'essi derivati da eritaggi. Tutti vivevano di agricoltura e di pastorizia, alcuni erano prestatori di mano d'opera altri piccoli artigiani.

Scendevano di buon'ora a Bagnone, al mercato del lunedì mattina a vendere i prodotti del loro lavoro: panetti di burro avvolti nelle foglie di castagno, ricotta fresca che profumava ancora di latte, formaggetti pecorini freschi e stagionati, uova della mattina, cipolle di Treschietto appena sradicate, persino fascine di tralci di vigna per accendere il fuoco.

 Erano periodi magri, di vita grama, una vita povera di schiavitù e di stenti.  Il castagno è stato l'albero della vita, il suo frutto ha sfamato l'intera popolazione, ed il legno dei suoi rami e del suo tronco è stato la materia prima per l'economia rurale.  

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La quartina scritta dal poeta di Corvarola di Bagnone, Marco Vinciguerra è eloquente ed è sufficiente per dare un'ampia visione della crisi economica cui attraversava in quel tempo tutta la Lunigiana. 

 

"Val  di  Magra  natia  parca  e  serena

Cui   solo  il  castagno,  e magro un  pane,

Donde i tuoi figli  sciaman  per  lontane

Terre,  di  nostalgia  l’anima  piena…"

 

( Da: O Lunigiana mia. Pontremoli, Artigianelli, 1966, p.16)  

GLI  ATTREZZI

Oltre alle informazioni sull’utilizzazione del suolo, importanti e da considerare sono gli strumenti impiegati per la lavorazione del campo, del pascolo e del bosco.  Coloro che li usano, uomini e donne, durante le molteplici fasi dell’annata agricola, ci permettono di intuire e capire lo spessore ed il peso della fatica quotidiana, mezzo necessario per rendere produttiva ogni parte della superficie agraria, ogni fazzoletto di terra coltivabile.

 A questo punto si devono ricordare gli attrezzi impiegati per il tipo di agricoltura, quella intensiva e montana. Attrezzi che non cambiano nel tempo, si tramandano da generazioni in generazioni, sempre gli stessi, più volte riparati dal fabbro del paese : la vanga, la zappa, un aratro di legno con una sola punta di ferro che a volte veniva trainato da una sola vacca. 

 Aratro

L'aratro è l'attrezzo agricolo più importante, e già nel Neolitico erano noti questi attrezzi per rompere la superficie del terreno. La loro forma variava a seconda  del tronco d'albero; era l'ingegno dell'uomo che lo sceglieva e che lo adattava all'uso. Veniva dotato di una punta metallica, quasi sempre forgiata su misura, e diversa l'una dall'altra. 

Nella foto a fianco un puntale d'aratro rinvenuto nella nostra campagna. Questo rudimentale attrezzo veniva trainato da quadrupedi, allevati dal contadino: buoi, vacche, cavalli o asini a seconda di ciò che ciascuno possedeva.

 Gli animali venivano aggiogati con i finimenti d'uso, per i bovini si usava il giogo, mentre per gli equini i basti ed i collari.

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L'aratura consisteva nel solcare lo strato erboso e nel rovesciare le zolle prese in profondità; da noi bastava un aratro leggero,  perchè il contadino doveva reggerlo in posizione a forza di braccia, e per il suo trasporto che si faceva con le tregge sulle strade mulattiere di collina entro cesti di vimini appoggiati a travi che slittavano e venivano trainati dalle mucche.  

Il rendimento giornaliero era scarso, anche in considerazione degli appezzamenti di terreno, quasi tutti ricavati sui poggi e terrazzamenti montani, sparsi qua e la, e di estensioni limitate.  

Nelle due foto a lato sono evidenti i finimenti d'uso: il collare ed un basto. 

Il giogo invece era di legno, e consentiva ad unire due animali bovini e 

concentrare la loro forza sulla spranga per trainare l'aratro, un carro od altro. Più tardi arriverà anche l'aratro di ferro; esso era assai più pesante dell'aratro in legno e stava diritto da solo perchè poggiava su due ruote. 

Era dotato di una lama verticale per tagliare il terreno e di un versoio, cioè di una lama diagonale, che rigirava la zolla di 

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terra appena sollevata.

Era usato da coloro che possedevano grandi appezzamenti di terra pianeggianti, ma non poteva essere impiegato sui terreni collinari.

 Erpice

L’erpice era un attrezzo fabbricato dal contadino, erano dei pali incrociati sui quali venivano conficcati dei pioli appuntiti previa trapanazione del foro. 

 Questo attrezzo aveva svariati usi, veniva impiegato principalmente per estirpare le erbacce e per rompere le zolle di terre argillose, per livellare il terreno e per coprire la semente dopo la semina. Per svolgere questi compiti l’erpice veniva trainato da animali, da cavalli per una operazione più veloce o da  buoi.  Da noi venivano usati anche rastrelli di legno per compiere alcune operazioni quali la copertura delle sementi e la preparazione del tereno.

 Attrezzi per il raccolto

Nel medioevo la tendenza a trasformare in grandi prati i terreni cosparsi di cespugli, alberi e foglie fece sì che si diffondessero falci dalle lunghe lame. La falce fienaia a manico lungo, di origine romana, nel XII secolo venne dotata di una impugnatura a barra che fuoriusciva dal lungo manico.  

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Il falcetto bilanciato, con la lama piegata all'indietro alla fine del manico e poi in avanti a formare una grande curva, utilizzato per tagliare; la falce a manico corto, che si adoperava con due mani, adatta ad "affettare" durante la mietitura; le lame venivano riaffilate continuamente nei campi con pietre d'arenaria, le coti e con l'uso di battilame infissi in tronchi d'albero.

Attrezzi per scavare

Vanghe, forconi, zappe e picconi in ferro molto robusti erano prodotti nelle botteghe dei fabbri ferrai. Nel Medioevo le vanghe avevano una lama singola e doppia; al manico veniva applicata una barra trasversale per appoggiare il piede per spingere l'attrezzo in profondità nel terreno. 

Attrezzi a forca a tre e a quattro denti di ferro erano in uso generale fin dai tempi dei romani per scavare o rompere il terreno, sia come forconi sia come picconi. I forconi più leggeri erano usati per maneggiare i fasci di fieno o di paglia.

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ESTATE  2003

 

ESPOSIZIONE "AL VAL"

Retrospettiva della memoria

etnico-rurale.

Gli attrezzi agricoli in uso da noi.

Organizzatore: Centro di Cultura Bagnonese

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NOMENCLATURA
Ambiente Attrezzo Nome in dialetto Funzione

PRATO

falce falcin falciare manualmente l'erba, mietere
forca tridente forkad

spandere il fieno

rastrello rastrèl rastrellare manualmente il fogliame o il fieno
CAMPO aratro aratar arare i campi
vanga vanga vangare
zappa zàpa dissodare i terreni
sarchiello sarcèl sarchiare
VIGNA innaffiatrice manuale machina da dar l'acqua innaffiare
forbice forbsa tagliare, potare
palo di ferro palanchin fare buchi per pali
BOSCO scure scura tagliare
roncola marazina innesti
pennato maratz sramare

 

CAMPO o AIA

trebbiare il grano bâtar al gran

trebbiatura

spannocchiare scarfughlar raccolto
 

STALLA

letame oldam stallatico
fieno fén mangime
strame stram lettiera
foglie fogie lettiera
mungere mozàr mungitura

  Fonti di ricerca:

  •   Dizionario Enciclopedico Moderno - Edizioni Labor -

Da : www.menhir.net/italia/lunigiana.
Vedi: www.bagnonemia.it

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