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Aggiornato il 29-03-2008

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Conosciamo bene i confini antichi della Lunigiana, sono descritti nei particolari da Carlo Caselli nel suo libro: "La Lunigiana geologica e preiostorica" - Arnaldo Forni Editore - La Spezia - 1926.

"Una regione montagnosa formata da due gruppi, uno spettante alla catena appenninica, l'altro costituente le Alpi Apuane, il territorio le cui acque sono raccolte dal bacino idrografico Magra-Vara.

Le creste dei monti che circoscrivono questo bacino formerebbero il confine teorico della Lunigiana; ma tutti comprendono che il contrafforte appenninico, che trovasi alla destra della Vara e dell'ultimo tratto della Magra dalla confluenza dei due fiumi alla foce, non può essere diviso, perchè il suo versante occidentale discende e talora precipita  nel mare, e non alimenta alcun 

bacino fluviale propriamente detto, essendo percorso, e ad intervalli abbastanza grandi, da piccoli torrenti in valli anguste che mettono direttamente alla costa.

      Cosicchè tale contrafforte deve essere considerato da un certo punto in poi come una spessa parete al bacino Magra-Vara, e facendo quindi parte indivisibile ed integrante dello stesso bacino. 

      A voler essere esatti , il paese così limitato comprenderebbe, oltre il 

Stemma della Lunigiana Antica

bacino della Magra-Vara, propriamente detto, anche il territorio littoraneo ad esso corrispondente, con le piccole valli che lo intersecano, prima fra tutte quella del Frigido. 

Perciò secondo Caselli i confini della Lunigiana sono ben definiti, a Sud-Ovest dal mare, tra la 

   

Punta del Rospo, presso Deiva Marina, al fosso del Conquale, emissario del lago Porta; a Sud-Est dallo spartiacque fra i bacini,del Frigido e della Serra, spartiacque formato dalla vetta di varie collinette e dai monti delle Apuane; a Nord-Est, a Nord e a Nord-Ovest dallo spartiacque della Magra, 

formato dalla cresta appenninica tra i monti Belfiore e Gottero; ad Ovest dal tratto dello spartiacque della Vara sino al mare.

Il territorio, vedi Lunigiana Antica, in parte dell'Etruria, scaglioso e sterile, ed in parte della Liguria, selvoso e ricco d'acque, formò l'antica regione di Lunigiana.

1 - Origini della Casata

Componenti di una antica famiglia marchionale italiana, fondata all'inizio del secolo XI  da OBERTO OBIZZO, che ebbe vasti feudi in Toscana, Emilia, Liguria e Sardegna; il cognome é derivato in seguito, dal discendente Alberto che era detto "Malaspina".

La famiglia resse la Lunigiana e, dal XIV secolo anche il marchesato di Massa e Carrara.

Oberto Obizzo era di parte guelfa e prese parte alle lotte dei Lombardi contro gli Hohenstaufen. 

Ebbe anche un'ampia e compatta signoria nella zona a nord di Genova (area delle Quattro Province), nelle valli dei fiumi Trebbia e Staffora. Territorio compreso nel triangolo Genova, Piacenza e Pontremoli.

Da Oberto I, attraverso i successivi discendenti Oberto II, Oberto Opizzo I, Alberto I, Oberto Obizzo II, si giunge ad Alberto detto "Malaspina",  considerato capostipite della famiglia. 

Il figlio Obizzo I ebbe nel 1164 confermati i suoi feudi dall'imperatore Federico I.

Dei suoi vari discendenti nel 1220 erano viventi i soli Corrado e Opizzino, confermati dall'imperatore nei loro feudi. 

Le lunghe lotte con i comuni vicini, specialmente per le cessioni fatte specie a Genova e a Piacenza, e la divisione operatasi nel 1221 fra le due linee principali: Corrado ebbe la Lunigiana alla destra del  fiume Magra e la val Trebbia in Lombardia, dando origine al ramo dello Spino Secco; Opizzino ebbe la Lunigiana alla sinistra del fiume Magra e la valle Staffora in Lombardia, dando origine al ramo dello Spino Fiorito.

 sfaldandosi per l'adozione del diritto longobardo che prevedeva la spartizione dei beni (e anche dei feudi) tra tutti i figli maschi. 

Entrambe le signorie, dette dello Spino Secco e dello Spino Fiorito, si andarono ben prestoQueste continue successioni finirono per  indebolire i Malaspina e ne restrinsero i domini che finirono per essere limitati essenzialmente alla Lunigiana.

Principale fra questi feudi, alcuni dei quali durarono sino alla rivoluzione francese, fu il marchesato di Fosdinovo, poi Principato di Massa, che Riccarda Malaspina portò agli inizi del secolo XVI, alla casa Cybo, per cui i suoi discendenti saranno detti Cybo-Malaspina, che ressero il principato indipendente sino al secolo XIX. 

 Malaspina

dello Spino Secco

  Malaspina

dello Spino Fiorito

L' a r a l d i c a

Spino secco - Mulazzo

Spino fiorito - Filattiera

2 Linea dello Spino Secco

Dai figli di del capostipite Corrado, ricordato da Dante Alighieri come l'antico, derivarono (divisione effettuata nel 1266) quattro ulteriori linee.

2.1 Malaspina di Mulazzo

Trassero origine da Moroello (morto nel 1284), che oltre al castello di Mulazzo in Lunigiana, principale castello della linea dello Spino Secco, possedeva feudi in Val Trebbia attorno a Ottone, e partecipazioni nei domini della famiglia in Sardegna. La linea primogenita tenne sempre il marchesato di Mulazzo fino all'abolizione del feudalesimo, e si estinse (1810) con il marchese  Alessandro Malaspina (Link), celebre politico e navigatore.

Tra le linee collaterali derivate da questa ricordiamo: 

- Malaspina di Cariseto, da Cariseto frazione di Cerignale in Val Trebbia.

- Malaspina di Santo Stefano, da Santo Stefano d'Aveto, valle tributaria della Val Trebbia.

- - Malaspina di Edifizi, da Edifizi frazione di Ferriere in Val Nure. 

- Malaspina di Casanova da una Casanova presso Ottone.

- Malaspina di Fabbrica, da Fabbrica frazione di Ottone.

- Malaspina di Ottone, da Ottone in Val Trebbia.

- - Malaspina di Orezzoli, da Orezzoli frazione di Ottone.

- - - Malaspina di Frassi, da Frassi frazione di Ottone

A queste dinastie principali se ne aggiungono altre in linea di discendenza.

2.2 Malaspina di Giovagallo

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Trassero origine da Manfredo, figlio di Corrado l'antico. Possedevano il castello di Giovagallo frazione di Tresana in Lunigiana. Si estinsero alla metà del XIV secolo, e i loro feudi passarono alla linea di Villafranca (vedi sotto).

2.3 Malaspina di Villafranca

Trassero origine da Federico, figlio di Corrado l'antico, ed ebbero il castello di Villafranca in Lunigiana detto "Malnido" con le terre vicine. Dello Spino Secco, hanno possedimenti sulla sponda sinistra del fiume Magra.

Si sono molto ramificati, sopravvivendo alla fine del feudalesimo, ed esistono tuttora in varie linee. Di esse alcune hanno avuto proprie signorie e un'identità separata. Ricordiamo:

- Malaspina di Cremolino, da Cremolino nel Monferrato.

- Malaspina di Lusuolo, da Lusuolo frazione di Mulazzo in Lunigiana.

- - Malaspina di Tresana, da Tresana in Lunigiana, già feudo dei Malaspina di Giovagallo.

- Malaspina di Licciana, da Licciana in Lunigiana, oggi Licciana Nardi.

- - Malaspina di Bastia, da Bastia, frazione di Licciana in Lunigiana; lasciano il feudo alla linea di Ponte Bosio.

- - - Malaspina di Terrarossa, da Terrarossa, frazione di Liccina in Lunigiana.

- - - Malaspina di Ponte Bosio, da Pontebosio, frazione di Licciana in Lunigiana; ereditarono il feudo di Bastia.

- - Malaspina di Monti, da Monti frazione di Licciana in Lunigiana.

- - Malaspina di Suvero, da Suvero, frazione di Rocchetta di Vara (SP), ereditarono Monti e sopravvissero alla fine del feudalesimo. Esistono tuttora.

- - Malaspina di Podenzana, daPodenzana in Lunigiana, trassero origine da Leonardo, figlio di Gian Spinetta di Licciana; dal 1714 divennero anche marchesi di Aulla; si estinsero alla fine del XVIII secolo, contemporaneamente all'abolizione del feudalesimo.

2.4 Malaspina di Pregola

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L'origine: da Alberto (morto nel 1298), figlio di Corrado l'antico.  Con una prima divisione nel 1347 si taccarono i feudi di Prato, frazione di Cantalupo Ligure, nella Val Borbera, adiacente alla Val Trebbia e di Corte Brugnatella, che ebbero breve vita. Nella successiva divisione del 1453 si determinarono i quattro quartieri del marchesato di Pregola, ognuno infeudato a un distinto ramo della famiglia.

- Malaspina di Vezimo, da Vezimo frazione di Zerba in Val Trebbia, si estinsero alla fine del XVI.

- Malaspina di Pei e Isola, da Pei, frazione di Zerba, e Isola, località ormai disabitata in comune di Brallo di Pregola, si estinsero nel XVII secolo.

- Malaspina di Alpe e Artana, da Alpe frazione di Gorreto e Artana frazione di Ottone, si estinsero nel XVII. 

- Malaspina di Pregola, Campi e Zerba, da Zerba e Campi frazione di Ottone, diedero origine alla linea che, acquistando la maggior parte delle quote del feudo principale, riebbe in esclusiva il titolo di Marchesi di Pregola.

3 Linea dello Spino Fiorito

Da tre nipoti e un figlio superstite del capostipite Obizzino, per divisione attuata nel 1275, ebbero origine quattro ulteriori linee.

3.1 Malaspina di Varzi

Discesero da Azzolino, nipote di Obizzino e figlio di Isnardo, che morì prima della divisione del 1275; Azzolino ebbe in comune con il fratello Gabriele un terzo delle signorie del nonno Obizzino, parte in Lunigiana e parte in Lombardia, e successivamente, in accordo col fratello, tenne per sé i soli feudi lombardi, localizzati in valle Staffora attorno a Varzi. Il marchesato di Varzi fu diviso tra i tre figli di Azzolino: la linea di Isnardo, che possedeva Menconico, si estinse nel XV secolo, le altre due invece sopravvissero:

- Malaspina di Fabbrica, da Fabbrica Curone in una valle adiacente alla valle Staffora, discendevano da Obizzo figlio di Azzolino. Si estinsero alla fine del XIX secolo.

- Malaspina di Varzi (linea primogenita), si estinse nel XIX secolo dopo essersi molto ramificata e aver perso gradualmente il controllo del marchesato.

- - Malaspina di Santa Margherita, da Santa Margherita, frazione di Santa Margherita di Staffora, trassero origine da Cristoforo (morto dopo il 1420), si estinsero nel 1821.

- - Malaspina di Casanova, da Casanova Staffora, frazione di Santa Margherita di Staffora, ebbero origine da Baldassarre figlio di Bernabò di Varzi, e si estinsero nel XVII secolo.

- - Malaspina di Bagnaria, da Bagnaria di cui avevano solo il titolo nominale, ebbero origine da Bernabò figlio di Bernabò di Varzi, e si estinsero nel XVII secolo.

3.2 Malaspina di Fivizzano

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Discesero da Gabriele, nipote di Obizzino e figlio di Isnardo, che morì prima della divisione del 1275; Gabriele ebbe in comune con il fratello Azzolino un terzo delle signorie del nonno Obizzino, parte in Lunigiana e parte in Lombardia, e successivamente, in accordo col fratello, tenne per sé i soli feudi in Lunigiana, consistenti nel castello della Verrucola presso Fivizzano, e dei territori circostanti nella Lunigiana orientale. Dei tre figli di Gabriele, Isnardo lasciò una discendenza che si estinse nel XV secolo, lasciando Fivizzano alla Repubblica di firenze di cui erano alleati, e determinando quindi la presenza fiorentina prima e toscana poi in Lunigiana (la futura Lunigiana Granducale contrapposta a quella malaspiniana e poi modenese); Spinetta si mise al servizio di Verona e la sua discendenza si chiuse coi suoi figli; Azzolino ebbe Fosdinovo e diede origine alla linea dei Malaspina di Fosdinovo, la più importante della casata. Nipote di Azzolino fu Spinetta detto il Grande (morto nel 1398), che ebbe importanti incarichi politici presso vari Stati italiani. Antonio Alberico di Fosdinovo, discendente di Galeotto di Fosdinovo divenne Signore di Massa nel 1441. Successivi Marchesi di Massa furono, di padre in figlio, Giacomo I, Antonio Alberico II, Ricciarda I sposata a Lorenzo Cibo, da cui discesero i Cybo-Malaspina, successivi marchesi e poi Principi di Massa e Carrara. Questo ramo della famiglia ebbe poi vari rami collaterali, tra cui:

- Malaspina di Sannazzaro, da Sannazzaro de' Burgundi presso Pavia, discesero da Francesco, figlio di Giacomo I di Massa che era stato investito di Sannazzaro nel 1466. Si estinsero nel 1835.

- Malaspina di Fosdinovo, discesero da Galeotto (+1367), figlio di Azzolino. Gabriele figlio di Antonio Alberico I di Fosdinovo, tenne il feudo avito di Fosdinovo, lasciando ai fratelli gli altri possedimenti; la famiglia Torrigiani-Malaspina è ancora proprietaria del Castello fosdinovese.

- - Malaspina di Olivola, da Olivola frazione di Aulla, ebbero origine da Lazzaro figlio di Giovanni Battista di Fosdinovo, e nipote di Gabriele che era subentrato nel marchesato di Olivola dopo l'estinzione della prima linea dei Malaspina di Olivola (vedi sotto). Si estinsero nel XIX secolo.

- - Malaspina di Verona, ebbero origine da Spinetta figlio di Antonio Alberico I di Fosdinovo, che rinunciò ai feudi ma ebbe grandi proprietà private a Verona. Si estinsero nel XX secolo.

- Malaspina di Gragnola, da Gragnola frazione di Fivizzano, discesero da Leonardo, fratello di Spinetta il Grande; si estinsero in due generazioni, ma il titolo passò in eredità a un ramo dei marchesi di Fosdinovo, anch'esso estintosi in breve tempo.

3.3 Malaspina di Olivola

Trassero origine da Francesco, figlio di Bernabò e nipote di Obizzino. Nella divisione del 1275 ebbe terre sia in Lunigiana, incentrate sul castello di Olivola, frazione di Aulla, sia in Lombardia, comprendenti il castello di Pizzocorno, frazione di Ponte Nizza. Tutti i discendenti furono assassinati nel 1413 nel castello di Olivola. I loro feudi furono spartiti tra gli altri rami della famiglia "Fosdinovo e Godiasco".

3.4 Malaspina di Godiasco

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- Malaspina di Castiglione e Casalasco, da Castiglione del Terziere frazione di Bagnone in Lunigiana, e da Casalasco frazione di Val di Nizza  nell'Oltrepò Pavese, ebbero origine da Franceschino detto il Soldato, figlio del Marchesotto; si estinsero in tre generazioni, Castiglione passò a Firenze e Casalasco ai Malaspina di Oramala.

Nel 1221 venne suddiviso il feudo dei Malaspina in due parti.  

Ci occuperemo solo di Opizzino, (prima scritto Obizzino), del ramo dello Spino fiorito. 

I Discendenti di Opizzino, nel 1275 procedettero ad una nuova divisione ed al Marchese Alberto, figlio di Opizzino, fu assegnato il territorio di Filattiera con tutte le sue dipendenze, tra cui Bagnone. Alla morte del Marchese Alberto, pur avendo numerosi figli, lasciò in eredità l’intero feudo al figlio Nicolò detto Marchesotto, il quale alla sua morte nel 1339, lasciò numerosi eredi che nel 1351 decisero di spartirsi il retaggio paterno, ridussero il feudo di Filattiera, creando altri quattro nuovi feudi : Treschietto, Castiglione, Malgrate e Bagnone

 Il primo feudatario che elesse la sua residenza a Bagnone, fu il Marchese Antonio Malaspina figlio di Nicolò detto il Marchesotto nell’anno 1352.  

 - - - Malaspina di Bagnone e Valverde, da Bagnone in Lunigiana e Valverde nell'Oltrepò Pavese, ebbero origine da Antonio, figlio del Marchesotto. I figli di Antonio divisero i beni: Bagnone rimase a Riccardo, i cui nipoti lo vendettero a Firenze, e la cui discendenza è estinta nella linea maschile nel 1987; Valverde rimase al fratello Antonio, la cui discendenza probabilmente esiste ancora nell'Oltrepò.

- - - Malaspina di Treschietto e Piumesana, da Treschietto frazione di Bagnone in Lunigiana e da Piumesana fraz. di Godiasco nell'Oltrepò Pavese, ebbero origine da Giovanni, figlio del Marchesotto; nel 1716 vendettero Treschietto al Granduca di Toscana, e anche la loro signoria su Piumesana e la consignoria su Godiasco si ridusse a quote modeste. Si estinsero nel XIX secolo. 

- - - Malaspina di Filattiera e Cella, da Filattiera in Lunigiana e Cella frazione di Varzi nell'Oltrepò Pavese, ebbero origine da Obizzino, figlio del Marchesotto; nel 1514 Bernabò, ribelle agli Sforza, fu squartato a Voghera, e il feudo di Cella fu confiscato; suo figlio Manfredi vendette Filattiera al Granduca di Toscana; la discendenza si estinse nel XVIII secolo. 

- - - Malaspina di Malgrate e Oramala, da Malgrate frazione di Villafranca in Lunigiana e da Oramala frazione di Val di Nizza nell'Oltrepò Pavese, ebbero origine da Bernabò, figlio del Marchesotto. Fu uno dei pochi rami della famiglia, inisieme a quello di Fosdinovo, a non diminuire il proprio potere, ma anzi incrementarlo nel tempo, acquisendo la quasi totalità delle quote del marchesato di Godiasco, il marchesato di Pozzol Groppo e il marchesato di Fortunago, oltre che partecipazioni nella maggior parte degli altri feudi malaspiniani nell'Oltrepò. Furono quindi chiamati poi Malaspina di Godiasco, Pozzol Groppo e Fortunago. Si divise nei due rami di Godiasco-Pozzol Groppo e di Fortunago, che si estinsero rispettivamente nel XIX e nel XX secolo. 

- - - - Malaspina di Sagliano, da Sagliano Crenna frazione di Varzi, ebbero origine da Azzo, figlio di Nicolò di Oramala e Malgrate, e si estinsero nel XVIII secolo. 

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Tra i Malaspina, ricordiamo qui  di seguito solo alcuni personaggi, tra i più degni di nota.  

Obizzo il Grande, fu capitano dei Milanesi contro Federico Barbarossa; passò poi all’imperatore e quindi di nuovo e definitivamente ai Comuni; capeggiò (1172-1174) una rivolta di feudatari nella Riviera di Levante contro Genova. 

 

Corrado l’Antico, divise nell’anno 1221 con il cugino Obizzino il territorio dei Malaspina in due parti, al di qua e al di là del fiume Magra, scegliendo per sé quello alla destra del fiume, verso 

Antico acquedotto

Genova, e i due castelli sulla riva sinistra, il "Malnido" di Villafranca e quello di Virgoletta. Conservò lo stemma della famiglia Malaspina, Spino secco in campo nero, ed elesse a Mulazzo la sua residenza.  

Accanito ghibellino, partigiano di Federico II, di cui aveva sposato la figlia Costanza, sostenne molte guerre, per lo più con esito favorevole, morì poco dopo il 1250.

Franceschino del ramo di Mulazzo, ospitò Dante Alighieri, al quale durante il soggiorno presso il Marchese a Mulazzo, venne incaricato nel 1306, quale "bianco", di stipulare per i Malaspina la pace col Vescovo di Luni.  

La posizione politica del "Guelfo" riuscì a riavvicinare il Ghibellino Malaspina al Vescovo di Luni, con la firma di un trattato.  

 Obizzino, (poi Opizzino), suddivise il territorio con il cugino Corrado l’Antico.

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 A  lui toccò il  lato sinistro del Fiume Magra, modificò lo stemma avito adottando lo "Spino Fiorito in campo oro e rosso", e stabilì in Filattiera il capoluogo del nuovo feudo derivato dalla divisione. 

Corrado rimarrà a Mulazzo e conserverà lo stemma di famiglia dello "Spino secco in campo d'oro".

Entrata di Mulazzo

Castello di Filattiera

  Leggere: http://www.centrostudimalaspiniani.it

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Luoghi appartenuti ai Malaspina, ramo dello Spino Secco, che Dante ha probabilmente visitato durante il suo soggiorno in Lunigiana.

 

Ruderi del Castello  

"Il malnido"

a Villafranca L.

 

Resti del Castello di Malgrate.

 

 

Resti del Castello di Virgoletta.

CORRADO MALASPINA - Pg. VIII, 65; Pg. VIII, 109 Antipurgatorio, balzo 2 - negligenti, valletta dei Principi ...

* * * *

Figlio di Federico I, marchese di Villafranca, Corrado, morto verso il 1294, era il nipote di Corrado l'Antico, capostipite della famiglia dei Malaspina, signori della Lunigiana dall'XI sec.
       L'incontro di Dante con Corrado Malaspina riprende, in un'ultima variazione, i temi principali comuni a tutti gli episodi dei principi della valletta: la decadenza della attuale classe dirigente, che ha smarrito i valori della tradizione cavalleresca, e le discordie, causa di dolorosi esili.

... vostra gente onorata non si sfregia (non manca di fregiarsi)
    del pregio de la borsa e de la spada.

Purgatorio. VIII, 128-129       

La famiglia Malaspina è tra le poche casate che non si sia smarrita nella decadenza generale e Dante può a ragione lodarla e non solo per estinguere quel debito di gratitudine contratto quando casa Malaspina offrì al poeta esule ospitalità ed onore.
Il "pregio", infatti, è un termine tecnico del linguaggio cortese per indicare il "valore" nella liberalità e nelle virtù guerresche.

Fui chiamato Currado Malaspina;
non son l'antico, ma di lui discesi;
   a' miei portai l'amor che qui raffina.

Purgatorio: VIII,18-120         

Il ricordo di Corrado Malaspina l'Antico, non serve a far luce sull'omonimia, del resto comune nelle famiglie nobili, ma riassume in una breve frase tutta la personalità di Corrado: in cima ai suoi pensieri è la famiglia ed il perdurare della sua buona fama.
Proprio questo atteggiamento, del resto positivo, pur se limitato, Corrado "raffina" nel Purgatorio, completandolo con l'amore per il prossimo e per Dio.

http://www.soc-dante-alighieri.it/10-pubblicazioni/hochfeiler/purgator/person/corrado

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"TORRE DI DANTE"

 

A MULAZZO

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Mulazzo, situato sulla riva opposta del fiume Magra e situato di fronte al borgo di Filattiera,  è considerata una delle sedi storiche malaspiniane più importanti della Lunigiana feudale. Fu, infatti, uno dei più antichi possedimenti dei Malaspina ai quali venne affidato, nel 1164, dall'imperatore Federico Barbarossa.

Questo antico borgo divenne, nel 1221, la capitale dei feudi dei Malaspina dello Spino Secco e qui Dante, secondo una tradizione non supportata da alcun documento, fu ospitato dai Marchesi nel 1306, per mediare la pace tra loro e i vescovi di Luni. Dell'imponente torre esagonale, che domina Mulazzo, probabilmente di epoca bizantina, chiamata appunto "Torre di Dante", rimane soltanto il basamento, mentre rimangono solo pochi ruderi a testimoniare l'esistenza di due castelli ubicati, in luoghi e tempi diversi, all'interno delle mura del borgo.

Epistola IV di Dante

A Moroello Malaspina

Cinque anni dopo il suo esilio, Dante fu ospite dei Marchesi Malaspina in Lunigiana, dove trattò, e portò a compimento il 6 ottobre 1306, la pace tra alcuni di essi e il Vescovo di Luni. Dalla Lunigiana si pensa che sia passato nel Casentino e dimorasse per un po' nei castelli dei Conti Guidi.

In questa lettera, scritta molto verosimilmente nel 1307, Dante si rivolge a Moroello Malaspina e narra che appena giunto sulle rive dell'Arno ( che traversa per lungo tratto il Casentino), gli era apparsa davanti agli occhi una donna, e che, malgrado ogni suo sforzo, Amore gli aveva cacciato via dalla mente ogni proposito di tenersi lontano dalle donne e dalla poesia amorosa e lo aveva completamente sottomesso alla propria signoria. E affinché meglio Moroello comprendesse la forza di questo amore, Dante univa alla lettera un componimento poetico su tale argomento.

        Che Dante si fosse innamorato di una donna del Casentino, alcuni biografi lo avevano scritto, ma né di lei né del componimento conosciamo qualcosa. Qualche critico ipotizza che si sia trattato della canzone: Amor, dacchè convien pur ch'io mo doglia, nella quale (stanza 5 e tutta la chiusa) parlano di un nuovo innamoramento di Dante e descrivono abbastanza chiaramente il Casentino.

Riportiamo la canzone:

Amor, da che convien pur ch'io mi doglia
perché la gente m'oda,
e mostri me d'ogni vertute spento,
dammi savere a pianger come voglia,
sì che 'l duol che si snoda
portin le mie parole com'io 'l sento.
Tu vo' ch'io muoia, e io ne son contento:
ma chi mi scuserà, s'io non so dire
ciò che mi fai sentire?
chi crederà ch'io sia omai sì colto?
E se mi dài parlar quanto tormento,
fa', signor mio, che innanzi al mio morire
questa rea per me nol possa udire:
ché, se intendesse ciò che dentro ascolto,
pietà faria men bello il suo bel volto.

Io non posso fuggir ch'ella non vegna
ne l'imagine mia,
se non come il pensier che la vi mena.
L’anima folle , che al suo mal s’ingegna,
com’ella è bella e ria,
così dipinge, e forma la sua pena;
poi la riguarda, e quando ella è ben piena
del gran disio che de li occhi li tira,
incontro a sé s’adira,
c’ha fatto il foco ond’ella trista incende.
Quale argomento di ragion raffrena,
ove tanta tempesta in me si gira?
L’angoscia, che non cape dentro, spira
fuor de la bocca, sì ch’ella s’intende,
e anche a li occhi lor merito rende. 

La nimica figura, che rimane
vittorïosa e fera
e signoreggia la virtù che vole,
vaga di se medesma andar mi fane
colà dov’ella è vera,
come simile a simil correr sòle.
Ben conosco che va la neve al sole,
ma più non posso: fo come colui
che, nel podere altrui,
va co’ suoi piedi al loco ov’egli è morto.
Quando son presso, parmi udir parole
Dicer: "vie via vedrai morir costui".

Allor mi volgo per vedere a cui
Mi raccomandi; e ‘ntanto sono scorto
Da li occhi che m’ancidono a gran torto. 

Qual io divengo sì feruto, Amore,
sailo tu, e non io,
che rimani a veder me sanza vita;
e se l’anima torna poscia al core,
ignoranza ed oblio
stato è con lei, mentre ch’ella è partita.
Com’io resurgo, e miro la ferita
Che mi disfece quand’io fui percosso,
confortar non mi posso
sì ch’io non triemi tutto di paura.
E mostra poi la faccia scolorita
Qual fu quel trono che mi giunse a dosso;
che se con dolce riso è stato mosso,
lunga fïata poi rimane oscura,
perché lo spirto non si rassicura. 

Così m’hai concio, Amore, in mezzo l’alpi,
ne la valle del fiume
lungo il qual sempre sopra me se’ forte:
qui vivo e morto, come vuoi, mi palpi,
merzé del fiero lume
che sfolgorando fa via la morte.
Lasso, non donne qui, non genti accorte
Veggio, a cui mi lamenti del mio male:
se a costei non ne cale,
non spero mai d’altrui aver soccorso.
E questa sbandeggiata di tua corte,
signor, non cura colpo di tuo strale:
fatto ha d’orgoglio al petto schermo tale
ch’ogni saetta lì spunta suo corso;
per che l’armato cor da nulla è morso. 

O montanina mia canzon, tu vai:
forse vedrai Fiorenza, la mia terra,
che fuor di sé mi serra,
vota d’amore e nuda di pietade;
se dentro v’entri, va’ dicendo: "Omai
non vi può far lo mio fattor più guerra:
là ond’io vegno una catena il serra
tal che, se piega vostra crudeltate,
non ha di rotornar qui libertate ".

 

Il capostipite dei Malaspina, Corrado (Iº) l'Antico, divise i possessi feudali col cugino Obizzino e lasciò cinque figli; di uno di questi era figlio quel Corrado che Dante incontra nel Purgatorio.

Il secondogenito, Moroello, divise il casato nelle quattro branche dei Mulazzo, Giovagallo, Villafranca e Val di Trebbia.

Di Moroello Malaspina i critici ne hanno individuato soprattutto due (di un terzo evitiamo di parlare perché al tempo dei fatti era un bambino e non era ancora maggiorenne quando nel 1319 gli morì il padre):

 - Moroello III capitano di parte Nera, marchese di Giovagallo, nominato da Dante nell' Inferno, XXIV,145, e chiamato "...vapor di Val di Magra", il quale nel 1302 inflisse ai Bianchi la nota sconfitta di Campo Piceno, cui allude nei versi seguenti:

24.140      "Ma perché di tal vista tu non godi,

24.141      se mai sarai di fuor da' luoghi bui,

24.142      apri li orecchi al mio annunzio, e odi:

24.143      Pistoia in pria d'i Neri si dimagra; 

24.144      poi Fiorenza rinnova gente e modi.

24.145      Tragge Marte vapor di Val di Magra

24.146      ch'è di torbidi nuvoli involuto;

24.147      e con tempesta impetuosa e agra

24.148      sovra Campo Picen fia combattuto;

24.149      ond'ei repente spezzerà la nebbia,

24.150      sì ch'ogne Bianco ne sarà feruto.

24.151      E detto l'ho perchè deler ti debba!".

Questo Moroello fu figlio di Manfredi I (quindi cugino di Corrado II e nipote di Corrado I, ricordati nel canto VIII del Purgatorio, vedi sopra),  sposò Alagia del Fiesco (vedi Purgatorio XIX,142).

19.139     Vattene omai: non vo' che più t'arresti; 
19.140     ché la tua stanza mio pianger disagia, 
19.141     col qual maturo ciò che tu dicesti. 
19.142     Nepote ho io di là c'ha nome Alagia
19.143     buona da sé, pur che la nostra casa 
19.144     non faccia lei per essempro malvagia; 
19.145     e questa sola di là m'è rimasa.

Moroello III, secondo Boccaccio, ospitò Dante a Fosdinovo, ingiungendogli di scrivere la Commedia, e se le informazioni collimano, si trovò Alagia tra i piedi.

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Moroello figlio di Obizzino, Marchese Malaspina, residente nel Castello del Malnido di Villafranca Lunigiana, che il 6 ottobre 1306 insieme al fratello Corradino e al cugino Franceschino Malaspina di Mulazzo, affida a Dante il compito di procuratore per trattare la pacificazione con Antonio Vescovo di Luni.

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L'epistola, molti ragionevolmente propendono sia stata scritta per il secondo Moroello, ma qualcuno, come il Witte, uno dei primi studiosi, spostando la data della scrittura della lettera al 1310, optano per il primo. É difficile pensare che Dante potesse rivolgere una tale lettera a un personaggio di parte avversa (Nero), fiero e vecchio soldato, che, oltre a battere i Bianchi a Campo Piceno presso Serravalle, pose pure l'assedio a Pistoia, ultimo rifugio dei Ghibellini toscani, riducendola alla fame, e occupando la città  in nome di Lucca e di Firenze e governandola col titolo di Capitano del popolo. 

Ad un fiero avversario e vecchio soldato non si può scrivere una lettera in cui si parla d'amore, e di un amore casareccio.

© Proff. Giuseppe Bonghi       

   http://www.fauser.it/biblio/intro/intro045.htm

Spinetta il Grande (1282-1352), del ramo di Verrucola e Fivizzano, fu il restauratore delle fortune della famiglia, perché dopo la morte di Castruccio estese i propri territori, s’impadronì della stessa Sarzana (1334-1343), sede del Vescovo di Luni, e diede origine al marchesato di Fosdinovo, nucleo del futuro principato di Massa.  

Nella foto a fianco il monumento equestre, tardo-gotico, a Spinetta Malaspina il Grande.

Il Castello   

"La Verrucola"   

 

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Un grande navigatore ed esploratore

Alessandro Malaspina, nacque a Mulazzo il 5 novembre 1754 dal marchese Carlo Morello e da Caterina Meli Lupi di Soragna, del ramo dello  Spino Secco

       Navigatore ed esploratore, fu al servizio della Spagna; nel 1781 compì un viaggio di circumnavigazione del globo che portò a compimento in soli 18 mesi. 

Più importante fu la spedizione successiva, da lui condotta a scopo scentifico e durata 5 anni (1789-1794), sulle coste occidentali dell’America, dalla Patagonia all’Alaska sud-orientale.  

In Alaska, da lui prende nome un ghiacciaio: "Ghiacciaio Malaspina".

Dall’Alaska raggiunse poi la Nuova Zelanda e l’Australia. Tornato in Spagna, mentre attendeva alla rielaborazione dei dati scentifici raccolti, fu imprigionato per cause politiche. Liberato nel 1802 dopo sette anni di prigionia, poté alla fine tornare in patria. 

       Nel 1807 ebbe le prime avvisaglie di un male incurabile; il 9 aprile 1810, spirò, in Pontremoli, alle dieci pomeridiane.  Prossimamente in Cile appariranno alcuni studi di

A.  Malaspina 

Dario Manfredi, direttore dell'archivio malaspiniano di Mulazzo, che analizzano quattro trattati che Malaspina scrisse quando fu imprigionato nel Castello di San Antonio de La Coruña (1796-1802). Particolarmente interessanti sono il trattato sulla bellezza e quello sul Don Chisciotte di Cervantes. Alessandro Malaspina, un illustre lunigianese in Messico nel XVIII secolo.

Vancouver

Canada

NEW YORK, 21 GIUGNO 2001 

Per gli anni dal 2002 a tutto il 2004, in collaborazione con il centro studi Malaspiniani di Mulazzo, "7 Roses" ripercorrerà la rotta del Pacifico della spedizione scientifica di Alessandro Malaspina che, tra il 1791 ed 1793 portò il Navigatore e scienziato Lunigianese ad esplorare le coste dell'America Settentrionale fino all'Alaska, le isole Marianne, le Filippine, le Tonga e l'Oceania.

 http://qn.quotidiano.net/art/2001/06/21/2298367

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Alessandro Malaspina

un illustre parmense in Messico
nel  XVIIIº  secolo.

a cura del Ministero degli Esteri Italiano

Alessandro Malaspina nacque a Mulazzo, in Lunigiana, allora appartenente al ducato di Parma, il 5 novembre 1754, dal marchese Morello e da Caterina Melilupi dei principi di Soragna. Trascorse la giovinezza in un ambiente raffinato, ricevendo un’educazione che ben presto lo distinse nella corte parmense. A 20 anni lasciò i patri lidi per entrare alla Scuola Navale di Guardia Marina della città di Cadice. Ebbe cosí inizio la sua brillante carriera nella marina spagnola.

Due mesi dopo il suo ingresso nella Scuola Navale fu promosso allievo scelto, per essersi distinto nella guerra contro i Mori di Melilla. Nel 1775 intraprese un viaggio attraverso l’Atlantico, l’Oceano Indiano e il mar della Cina. In quella primavera fu promosso guardiamarina e nel 1778 ottenne il grado di tenente. L’anno seguente prese parte, agli ordini di Langara, al combattimento di Capo Santa Maria, a bordo della nave "San Julián", contro le forze navali inglesi. Nel 1782, come tenente, combattè nuovamente contro le forze inglesi, questa volta di Eliot e del conte Howe. Alla fine del mese di ottobre di quell’anno fu promosso capitano di fregata. La pace firmata tra la Spagna e l’Inghilterra gli permise di assumere il comando della fregata Ascensión, con la quale fece il secondo viaggio per i mari dell’Oriente, Cina, Oceania, ritornando a Cadice nel 1784.

Al suo ritorno fu nominato tenente della Compagnia delle Guardie Marine del porto di Cadice, incarico che tenne per poco tempo. Nel 1786 si stava preparando una spedizione al Cabo Hornos (Capo Horn) e Malaspina chiese di essere incluso fra il personale scelto a tale proposito. Malgrado ogni tentativo, non fu ammesso, in compenso gli fu affidato il comando della fregata Astrea, vascello di eccezionali qualité nautiche, che faceva parte della Reale Compagnia delle Filippine. Con quella nave fece la terza circumnavigazione della terra, che fu di grande importanza per l’esperienza acquisita e per temprare lo spirito a più audaci imprese, come sarà nel 1789 l’organizzazione della spedizione scientifica che lo porterà nella Nuova Spagna e nei mari dell’Oriente.

Al suo ritorno, nel maggio 1788, aveva acquisito una grande fama come esperto navigatore e la sua opinione era tenuta in elevata considerazione. Fu interpellato a proposito di aprire una scuola di pilotaggio a Manila. Malaspina aveva allora 34 anni, di cui 14 spesi al servizio della marina spagnola.(cfr: Virginia González Claverán: la expedición cientifica de Malaspina en Nueva España, 1789-1794, El Colegio de México, 1988, p.26).

La proposta di una spedizione scientifica nella Nuova Spagna e nelle isole del Pacifico ebbe immediatamente l’appoggio del ministro della Marina, Antonio Valdés; "godeva della stima del ministro, per essere un uomo colto e raffinato, che sapeva ugualmente comandare un equipaggio e godeva di notevole fama, con un grande senso dell’onore, e sapeva come organizzare una spedizione di grande importanza scientifica, curando tutti i particolari possibili per una completa realizzazione della stessa".(ibidem pp.26-27).

Furono allestite due corvette, una al comando del capitano José Bustamante y Guerra, la "Atrevida", l’altra, la "Descubierta", agli ordini del Malaspina, che salparono dal porto di Cadice il 30 luglio del 1789. Ognuna aveva 102 uomini a bordo tra marinai, truppa, pittori, scienziati ed altro personale. Si diressero dapprima verso le isole Canarie e successivamente navigarono verso sud-est; dopo 52 giorni di navigazione nell’Atlantico giunsero al porto di Montevideo. Qui si organizzarono le prime ricerche scientifiche del vasto territorio, con l’appoggio in Buenos Aires del vicerè, marchese di Loreto. Rilevarono le coste del continente tra Porto Deseado e Porto Negro, mentre i naturalisti andavano alla ricerca di esemplari sconosciuti. Ebbero contatto con i patagoni; successivamente si diressero verso le isole Malvine (o Falkland). Nel mese di gennaio attraversarono lo stretto di Magellano, "arrivarono all’isola di Chiloé dove svolsero importanti osservazioni astronomiche" (ibidem, p.27). A metà del mese di marzo le due corvette entrarono nel porto di Valparaiso. Qui si dedicarono ad altre ricerche scientifiche, mentre lo scienziato ceco Tadeo Haenke, che faceva parte della spedizione ed era rimasto a Montevideo, raggiunse gli altri a Santiago del Cile, alla fine di marzo, con una raccolta di 1.400 piante nuove o non ben conosciute dai botanici del tempo.

Il 14 aprile le due corvette levarono le ancore e si diressero lungo le coste peruviane ed equatoriane, toccarono i porti del Callao, di Guayaquil, per giungere poi a Panamá. Continuarono i rilievi delle costee gli studi delle zone fino allora ignote dal punto di vista scientifico. Alla fine di dicembre le due corvette si diressero verso il Nord, separandosi, per arrivare al porto di Acapulco il 1 febbraio del 1791, la "Atrevida", e il 27 marzo la "Descubierta".

Malaspina si diresse alla capitale della Nuova Spagna, per prendere contatto col vicerè, conte di Revillagigedo: "qui lo stesso vicerè e tutte le persone dotte della capitale ci fornirono libri, notizie utili sulle condizioni del paese e sulle ricerche scientifiche da fare" (ibid..p.27). Il contatto col vicerè fu molto proficuo: tutti e due erano d’accordo che bisognava dare una maggiore autonomia alle colonie d’oltremare.

Secondo i piani stabiliti dalla corte spagnola, Malaspina avrebbe dovuto fare un viaggio intorno al mondo, circumnavigarlo, una campagna che lo avrebbe dovuto spingere fino a 60 gradi di latitudine Nord, per poter osservare le spedizioni russe e le loro basi sulla costa del Pacifico.

Invece Malaspina credette conveniente, dopo le ricognizioni e i rilievi fatti nelle Filippine, in Cina e in altri punti del Pacifico, ritornare verso il continente americano, allo scopo di continuare i rilievi delle coste, di completare i dati per future carte nautiche: "Decise allora, stando a Città del Messico, di nominare una commissione di otto persone, che sarebbe rimasta nel Vicereame, divisa in due gruppi: una di naturalisti e l’altra di cartografi, astronomi e addetti alla raccolta del materiale vario, da ordinare, catalogare e spedire".

Il tenente Antonio Pineda fu designato responsabile del gruppo dei naturalisti ai cui ordini stavano il botanico Née, il pittore José Guío e lo scrivano Juan de Villar. Dovevano fare ricerche fino al febbraio del 1792, successivamente avrebbero dovuto imbarcarsi ad Acapulco sul galeone di Manila, per continuarle nelle Filippine. Pineda avrebbe studiato il sottosuolo del paese e le miniere del vicereame; egli invece si interessò pure della zoologia e della botanica delle zone visitate. Lasciandoci interessanti descrizioni di piante e della distribuzione della vegetazione messicana nel vasto territorio che percorse.

Il Née, contrattato specificamente per studiare la flora delle zone che avrebbe esplorato la spedizione Malaspina, non si limitò alla raccolta e alla descrizione delle piante, ma studiò anche gli usi e i costumi dei "negritos" delle Filippine e degli aborigeni australiani. Disseccò animali, esplorò miniere, fu il primo naturalista a penetrare in molte zone vergini del nuovo continente e a studiarle dal punto di vista scientifico.

Altro personaggio importante della spedizione era l’ufficiale Dionisio Alcalá Galiano, responsabile della missione scientifica nella Nuova Spagna. I suoi due compiti erano: ordinare il materiale raccolto, catalogarlo, inviarlo a Veracruz con ogni garanzia, elencarlo minutamente e spedirlo a Madrid al ministro Valdés; coordinare e partecipare attivamente alle operazioni riguardanti le osservazioni astronomiche, allo scopo di perfezionare le carte nautiche. Alle sue dipendenze erano i tenenti Manuel Novales e Arcadio Pineda, fratello di Antonio. Arcadio Pineda fu incaricato di trascrivere ogni tipo di informazione, storica, politica, sociale e scientifica, riguardante la Nuova Spagna, dal tempo degli antichi abitanti della valle Anáhuac a quel momento. Con la defezione del pittore Del Pozo, Malaspina riuscì a contrattare due pittori italiani, Fernando Brambilla, milanese, e il parmense Giovanni Ravenet, a cui dobbiamo interessanti riproduzioni dei paesaggi e degli abitanti della Nuova Spagna e di altri luoghi visitati dalla spedizione. I disegni e i quadri del Brambilla e del Ravenet - indipendentemente dai loro meriti tecnici ed artistici - contribuirono a dare maggior importanza al lavoro svolto da tutta l’equipe agli ordini di Malaspina, fino a dare una testimonianza importantissima sulla Nuova Spagna alla fine del secolo XVIII, da un punto di vista paesaggistico, architettonico ed etno-antropologico.

La spedizione rimase nel vicereame messicano dal marzo al dicembre 1791, cercando di raccogliere la maggior quantità possibile di materiale e studiando il paese con il maggior impegno scientifico. Il conte di Revillagigedo appoggiò con ogni mezzo la missione scientifica, manifestando una aperta simpatia per il Malaspina e per i suoi collaboratori, impegnati in un’impresa ardua ed affascinante. Il 20 dicembre di quell’anno le due corvette lasciarono il porto di Acapulco, con rotta verso le Filippine. A Manila morì Antonio Pineda, già nominato colonnello; un monumento eretto in sua memoria ricorda il suo contributo alla spedizione. Terminate le esplorazioni nei mari limitrofi alle Filippine, le navi fecero ritorno verso il continente americano, giungendo al porto di Callao il 31 luglio 1793. Dopo un periodo di riposo, la spedizione riprese la sua opera di ricerca scientifica in territorio peruviano, fino al 6 novembre dello stesso anno, data in cui le navi intrapresero il loro viaggio - con alcune soste lungo la rotta - verso lo stretto di Magellano. Qui le due corvette si separarano e proseguirono separatamente le loro ricerche e la loro navigazione, fissando il porto di Montevideo come punto di ricongiungimento, dove si ritrovarono nel febbraio 1794. Questa nuova sosta fu proficua per il rilevamento di nuovi dati astronomici e per correggere la carta della foce del Rio de la Plata, tracciata nel 1789. Alcuni di quei luoghi furono rivisitati per accertare i dati raccolti in precedenza e constatare l’esattezza del loro riporto nelle carte nautiche e i rilievi delle zone esplorate.

In quel momento le relazioni tra Spagna e Francia erano tese e si temevano attacchi da parte di navi francesi, rischio di fronte al quale le due navi di Malaspina non sarebbero riuscite a sostenere uno scontro, non essendo armate con mezzi da combattimento. Per tale motivo si aggregarono alla flotta di Lima che si apprestava a salpare alla volta della Spagna. Questo avveniva il 21 giugno 1794; la navigazione dell’intera flotta si svolse senza contrattempi, fino a raggiungere il porto di Cadice il 20 settembre 1794.

La spedizione scientifica era durata cinque lunghi anni e Malaspina, giunto a Madrid, giustamente si attendeva una grande accoglienza a riconoscimento per l’ardua e importante impresa condotta a termine nell’interesse della Spagna. L’accoglienza non gli venne negata, ma la situazione del momento non gli poteva consentire di assaporare i frutti della gloria : la Spagna era sul punto di dichiarare guerra alla Francia repubblicana. I mesi a cavallo tra il 1794 e il 1795 registrarono una grave tensione politica e Malaspina, uomo generoso e preoccupato della situazione, stese un progetto di pace tra le due nazioni, che presentò al Ministero. Fu un fatto grave, che gli attirò la sorda opposizione del favorito del Re Carlo IV, Manuel Godoy, il quale vedeva malvolentieri l’ingerenza di uno straniero negli affari politici del paese, soprattutto perché temeva che Malaspina, allora uomo del momento, lo avrebbe potuto scavalcare nei negoziati di pace tra i due paesi e assurgere a personaggio di grande importanza nella corte. Si diceva anche che Malaspina avrebbe occupato il posto del ministro di marina, Valdés, il patrocinatore della spedizione navale. Erano soltanto voci, fatte circolare per rendere la situazione sempre più tesa tra i due uomini.

Nel 1795 Alessandro Malaspina si vide coinvolto in un complotto, organizzato dagli amici del ministro Aranda per far cadere Godoy; fra essi figurava il parmense, che cadde nella trappola tesagli dai vari dignitari di corte, gelosi della sua fama e vicini alla regina Maria Luisa. Malaspina venne arrestato insieme agli altri congiurati. Il 25 novembre 1795 si riuniva il Consiglio di Stato, alla presenza dei sovrani, occasione utile a Godoy per protestare la sua lealtà alla Corona e per lanciare una requisitoria contro Malaspina e la sua fazione. Alcune defezioni di personaggi che non volevano inimicarsi Godoy provocarono la manifestazione di fiducia del re nei confronti di quest’ultimo e la contestuale accusa di sedizione per Malaspina, accusato inoltre di insultare "la Sovranitá della Corona e del Paese che ingiustamente considerava scontento della situazione". Il verdetto fu reso noto solo nell’aprile del 1796, dopo che l’accusato era già stato degradato e condannato a dieci anni di fortezza, da scontare nel castello di Sant’Antonio (nella Coruña), dove era stato trasferito nei primi giorni di quell’anno. Alla caduta di Godoy, nel 1798, si pensava alla liberazione del Malaspina, ma ciò non avvenne; gli fu commutata la pena dal carcere al confino, per cui venne alleviata la reclusione. I buoni amici Greppi, Melzi e Gravina cercarono di confortarlo con lettere, aiuti economici, libri che egli lesse avidamente nell’intento di approfondire lo studio della storia di Spagna. L’inverno galiziano del 1799 aveva messo a dura prova le condizioni del prigioniero e si resero necessarie intense cure. Nel 1802, l’amico conte Melzi, nominato vice presidente della Repubblica d’Italia voluta da Bonaparte, venne in soccorso dell’amico Malaspina sollecitando Napoleone affinché ne ottenesse la libertà, cosa che la corte spagnola concesse.

Agli inizi del 1803 Malaspina s’imbarco su una fregata spagnola a Cadice, accompagnato da un fedele attendente. Sbarcato a Port Vendres, si diresse direttamente a Milano. L’amico Melzi gli offrì il posto di ministro della guerra che egli cortesemente declinò, per ritirarsi a vita privata a Pontrémoli, in Lunigiana, dove morì il 9 aprile 1810.

Che fine ha fatto tutto il materiale raccolto dalla spedizione e inoltrato in Spagna? Come sempre succede quando un grande personaggio cade in disgrazia, quell’immensa raccolta di materiale e di scritti si disperse per i diversi ministeri e archivi; parte di esso finì all’estero: in Austria, in Inghilterra, forse anche in Venezuela e in alcune biblioteche e archivi italiani. Vari furono i tentativi di riunire questi materiali e scritti. Le casse finirono nei depositi del Museo Archeologico di Madrid, senza che nessuno si prendesse la cura di inventariarne il contenuto; i documenti riferentisi alla storia naturale vennero trasferiti dal deposito idrografico della Marina all’archivio dell’antico "Gabinete de Historia Natural" di Madrid. Soltanto nel 1885, per opera del tenente di marina Pedro de Novo y Colson, fu pubblicato parte del materiale redatto durante la spedizione, in un voluminoso libro dal titolo: Viaje politico cientifico alrededor del mundo por las corbetas Descubierta y Atrevida, al mando de los capitanes de navío don Alejandro Malaspina y don José Bustamante y Guerra, desde 1789 a 1794.

http://www.embitalia.org.mx/Embitaly/html/storimal.html

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I MALASPINA in SARDEGNA   

Nel 1015, Mogehid Ibin Abd Allah al Amiri, signore di Denia, guida un corpo di spedizione arabo nella Sardegna, con l'intento di conquistarla. Ma con l'invito del Papa Benedetto VIII,  i Pisani e i Genovesi intervengono sconfiggendo l'esercito arabo. Nel 1016, il Papa Giovanni XVIII, per liberare definitivamente la Sardegna da queste invasioni, promette diplomi di investitura in cambio di prestazioni militari. 

La Famiglia Malaspina ottiene in feudo le montagne della Barbagia e la valle del Temo; in poco tempo questi marchesi diventano così potenti da costruire castelli di Bosa, do Osilo e di Figolinas.

http://spazioinwind.libero.it/bosa/chiese.html

 

OSILO è un caratteristico centro di origine medievale, collocato sulla più settentrionale delle tre cime del "Monte Tuffudesu", a circa 650 m. sul livello del mare. Dista 13 Km. da Sassari e 22 dal litorale di Sorso. 

Popolato fin dall'epoca preistorica, il territorio di Osilo dovette conoscere un'intensa presenza umana in periodo nuragico, testimoniata dagli oltre 80 

Il castello

nuraghi segnalati dagli storici. 

In epoca romana fu sede di castrum e importante stazione sulla strada Turris - Libyssonis - Tibula. 

Nell'alto medioevo la sua popolazione viveva nei numerosi piccoli centri sparsi nel territorio, mentre il primo riferimento storico al centro abitato di Osilo risale al 1118. 

Sul finire del XII secolo vi venne edificato il castello della potente famiglia lunigiana dei Malaspina, che pose il paese al centro di molte contese per il dominio del Nord Sardegna.  

Nei secoli successivi, il borgo crebbe sempre di più, nonostante guerre e pestilenze: nel 1622 vi vennero censiti 1100 fuochi; nel 1728 vi fu istituita la 

Panorama

Collegiata, con 45 sacerdoti; nel 1846 è, per numero di abitanti, il decimo comune della Sardegna; nei primi decenni del '900 contava ancora oltre seimila abitanti.

www.osilo.it

 

Il centro storico di BOSA, è sormontato dal colle di Serravalle su cui domina il castello della famiglia Malaspina, marchesi della Lunigiana, del quale restano le mura di cinta e il torrione nord (simile alle torri di San Pancrazio e dell’Elefante, costruite a Cagliari dallo stesso architetto).

I resti del maestoso Castello di Serravalle, edificato nel 1112 dai marchesi Malaspina, dello

Spino secco, conserva all'interno del suo perimetro la chiesa di Nostra Signora di Regnos Altos. Questi nobili Lunigianesi, giunsero in Sardegna con la spedizione dei mercanti e guerrieri organizzata dalle repubbliche marinare di Pisa e Genova, alle quali il Pontefice Giovanni XVIII nel 1016 aveva promesso diplomi di investitura qualora avessero liberato la Sardegna dalle invasioni dagli arabi. 

Panorama

Da allora la famiglia Malaspina accrebbe sempre più maggiormente la sua potenza nell'isola con la costruzione dei castelli di Osilo e di Figolinas oltre a quello di Bosa.

Una città adagiata sul fondo valle, caratterizzata da casette colorate, poco distante dalle acque cristalline del mare, al quale si stringono le alte case del borgo medioevale che scendono fino alla sponda del Temo per animarsi con il leggero movimento delle palme affacciate sul fiume, che con il suo corso sinuoso attraversa la città da est a ovest.

Il Castello

http://www.bosa.it/ita/citta/index.htm

 

Nessuna informazione è stata trovata sul castello di FIGOLINAS in provincia di Sassari.

I MALASPINA in CORSICA  

Come per la Sardegna, anche la Corsica ha subito invasioni piratesche. Inoltre agli inizi del secondo millennio la peste e la fame sconvolgono l'isola. È l'inizio della fine feudale della dinastia di Arrigo Bel Messere; scoppia una rivolta generale, i signori si lottano tra loro e si stabilizzano dei comuni un po' ovunque.

Il Marchese Oberto Opizzo, capo dei marchesi toscani, Vicario Imperiale, per tutta l'Italia, riceve dal papa Giovanni XII (937,964) il titolo di Marchese di Corsica, conferendogli un vago dovere di protezione dell'isola.

Il figlio Ugo succeduto conferisce, quale rappresentante dei Marchesi di Toscana, al Conte Ruggieri il governo della Corsica. Nel 981 il Conte Ruggieri dona ai Monaci di Montecristo numerosi territori del Golu.

Nel 1001 muore Ugo, figlio di Oberto Opizzo, Marchese di Massa e di Toscana; Adalberto II gli succede. 

Nel 1012, Adalberto II, Marchese di Liguria e di Massa, generale delle galere pontificie, alleato dei Pisani, sbarca in Corsica per ordine del papa Benedetto VII (1012,1024), alla testa di una spedizione contro i Saraceni, e per ridurre il potere dei signori Amondashi di Giuvellina e Pinashi di Balagna. 

Alberto costruisce il suo castello a San Colombano e diviene il fondatore della stirpe dei Malaspina di Balagna.

Importante é la Chiesa di Santa Reparata di Balagna.

È la fine della presenza Saracena in Corsica, il re Mogehid è sconfitto dalle flotte pisane e genovesi coalizzate e condotte da Guglielmo marchese di Massa, della famiglia poi nota come Malaspina. 

Alla sua morte nel 1019 gli succede suo figlio Ugo che diventa governatore della Corsica. Nel 1020 il papa Benedetto VIII e l'Imperatore tedesco Enrico II il Santo 

La Balagna

(1002, 1024), firmano un trattato in virtù del quale le promesse carolinge e le donazioni avvenute sono confermate: la Corsica resta a Roma.

A Ugo succede Renaud Malaspina nel 1021; nasce la Cumuna corsa, retta da leggi proprie e favorevole all'autorità pontificia.

A Ugo, nel 1045 gli succede Oberto II, Ruffo, figlio di Adalberto II. Con lui la Corsica fà atto di sottomissione al Comune di Pisa. 

Molti corsi sono impiegati nella costruzione della Cattedrale di Pisa che sarà terminata nel 1173. Nel 1073 Matilde Contessa di Toscana, dona i suoi possedimenti, quindi la Corsica al papa Gregorio VII, il quale nomina Landolfo 

 Un Paese 

Vescovo di Pisa suo legale pontificio in Corsica. L'ultimo atto Malaspiniano é la cessione di terre al monastero di San Venerio del Tino per volere di Oberto II Malaspina, marchese di Massa nel 1094. 

L'espansione fiorentina in Lunigiana inizia con la "protezione" concessa dalla Repubblica fiorentina, nel 1404, su Caprigliola, Albiano e Stadano, contendendo nello stesso tempo il possesso alle altre potenze rivali. 

Questi tre castelli controllano l'accesso all'Alta Val di Magra, ed esercitano nello stesso tempo e il traffico sull'importante via di comunicazione che percorreva la vallata longitudinalmente.

Sul piano politico, aveva contribuito lo stato di agitazione e di paura che si era diffuso, tra i feudatari di Lunigiana, in conseguenza dell'investitura che l'Imperatore Venceslao aveva concesso a Gian Galeazzo Visconti, in virtù della quale tutti i marchesi Malaspina, anche quelli dello Spino fiorito tradizionalmente avversi alla politica viscontea, dovevano riconoscere l'autorità e prestare giuramento di fedeltà, non più all'Imperatore, ma al duca di Milano.

La grande paura si dissolse nel 1403 con la morte di Gian Galeazzo Visconti. Un periodo di insicurezza fece seguito e permise alla Repubblica fiorentina di agire per estendere il suo dominio in Lunigiana, muovendosi sostanzialmente su due differenti direzioni: la prima fu quella diplomatica che si manifestò con offerte di accomandigie, pati di alleanza e concessione di reciproco aiuto in caso di necessità ai feudatari aderenti, e la seconda, attraverso l'azione sotterranea di capipopolo asserviti  e agitatori di professione, che sobillarono malcontenti e ribellioni nelle comunità lunigianesi al fine di orientarne le simpatie verso Firenze. 

 “…l’ultimo feudatario di Bagnone fu il Marchese Cristiano Malaspina, primogenito del Marchese Giorgio, uomo assai stimato dai suoi conterranei. Il Marchese Cristiano amareggiato dai tentativi del fratello Eduardo di usurpargli il potere, dai moti del popolo, particolarmente da quello di Pastina, di volersi sottrarre alla sua autorità, a ciò istigato da certo Corrado del Buono originario di Filattiera, soprannominato Fantauzzo, ed in fine anche dai segreti maneggi del Granducato di Toscana, che già aveva ricevuto in accomandigia il feudo di Bagnone e del quale ora aspirava all’annessione. (Vedi i fatti di Virgoletta)

 Il Marchese quindi  decise di liberarsi della situazione accennata, divenuta per lui insostenibile, col vendere il Feudo e le terre dipendenti. Così, per la vendita cui procedette, in cambio di 8.000 fiorini d’oro, il tutto passò nel 1471 sotto il dominio di Firenze.”  

Il 1404 fu denque un anno decisivo per la Lunigiana, se da un lato con la morte del duca di Milano si erano ripristinati antichi equilibri tra i feudi imperiali e l'Imperatore, dall'altro segnava il momento in cui Firenze, mettendo ufficialmente piede in Lunigiana, si contrappoveva alle politiche espansionistiche anche in Lunigiana perseguivano altri potenti, Lucca e Genova, ma soprattutto il ducato di Milano che da Pontremoli, porta nord della Val di Magra, cercava sbocchi verso il mare. 

A titolo di cronaca diremo che, per tutto il '400, in un pullulare di patti e di accomandigie stipulati dalla Repubblica fiorentina con i feudatari e con consoli di mezza Lunigiana, dopo le comunità di Caprigliola, di Albiano e di Stadano, erano passate sotto il dominio di Firenze anche quelle di Codiponte (1419), di Castiglione del Terziere (1451), di Bagnone (1471) e di Fivizzano (1478) centri dai quali si irradierà l'opera assidua che attirerà nell'orbita Toscana il maggior numero possibile di comunità lunigianesi, in ciò aiutate da famiglie locali o venute da fuori appositamente per svolgere queste azioni di avvicinamento a Firenze, ottenendo in cambio gratificazioni economiche e riconoscimenti nobiliari.

Poi non sono trascurabili gli interventi militari dei tre grandi capitani di ventura Castruccio Castracani per i fiorentini (1322) , Niccolò Piccinino per i milanesi (1437) e Battista Campofregoso per i genovesi. Quest'ultimo venuto a vendicare l'assassinio di Oderico Biassa (1416), luogotenente del Vicario di La Spezia, ucciso da Gabriello Malaspina e 14 sicari. L'azione militare si svolse sul marchesato di Villafranca, che dovette capitolare perdendo tutti i suoi castelli. Il marchese Gabriello sfuggi alla cattura, ma i genovesi bandirono dalle loro terre la madre e tutti i fratelli e discendenti di Gabriello che perdettero tutti i loro beni, con l'atterramento di quasi tutte le loro rocche, risparmiate solo quelle di Villafranca, di Brugnato, di Beverone e di Stadomelli.

Storia questa che fu oggetto di studio da parte di molti studiosi lunigianese, tra i quali il Porcacchi, il Campi, il De Rossi, il Branchi e il Litta, che attinsero da una medesima fonte, gli Annali genovesi del Giustiniani. 

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Pubblicato il 15 febbraio 2005

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